Legge Marson fatta con la testa, le modifiche fatte con i piedi

“E’ un mio diritto”. Rammentiamolo: nulla è un diritto di nessuno, ma tutto è una conquista.

Il diritto è quando una ipotesi, una richiesta, un’idea di società diventa Legge. E le leggi nel tempo possono essere modificate. In meglio o in peggio, che dipende dall’opinione, dalla visione politica di chi la interpreta.

La Legge Marson, quando venne varata, fu considerata dai poco attenti al mondo ambientalista una legge eccessivamente “verde”, dagli ambientalisti una sorta di buon inizio.

Mediamente ci si aspettava che le tutele sancite dalla nuova norma (Stop consumo di suolo, riqualificazione dell’esistente, tutela del territorio agricolo, pianificare per area vasta, procedure più razionali senza rinunciare a governo e pianificazione territoriale) fossero nel tempo migliorate nel senso di maggiori restrizioni. Ed ecco che ci siamo, all’improvviso, come “svegliati” e prendiamo atto che all’attuale Giunta Regionale toscana dell’ambientalismo non importa nulla. La solita logica della cementificazione “soft” (eufemismo) ha ripreso forza e tra gli alfieri di questo rigurgito eco-insostenibile, ci sono PD, Italia Viva e Azione. La speranza di vedere maggior senso ambientale è, di nuovo, destinata a infrangersi contro la illogica teoria “sviluppista”, residuale ma ancora ben presente in troppe sigle, e non solo esplicitamente di destra.

La Toscana cambia dunque la legge Marson n.65/2014 sull’urbanistica facendo passare in Consiglio Regionale una semplificazione delle norme allora introdotte. Gli elementi di cambiamento sono la modifica della nozione di ristrutturazione edilizia, che è stata ampliata con la possibilità di comprendere anche interventi di aumento di volumetria di edifici già esistenti; la proroga del piano operativo dei Comuni da tre a cinque anni; il dimezzamento dei tempi di attesa per l’autorizzazione sismica. L’entrata in vigore della modifica della legge, è stato detto, serve a non creare problemi ai Comuni che hanno il compito di stabilire quali siano gli interventi ammissibili sugli edifici del proprio territorio, a prescindere da come tali interventi sono definiti dalle normative nazionali, lasciando alla normativa regionale il compito di individuare il regime amministrativo e la procedura di sanzione.

In pratica un principio di autodeterminazione individualistica che ogni Regione potrebbe imitare, ennesima dimostrazione che aver delegato le Regioni a legiferare non ha facilitato il contatto tra territori, ma ha solo frantumato, permettendo di fare ognuno un po’ come crede.

La Consigliera del M5S, Irene Galletti, ha stigmatizzato queste scelte, in quanto con questa proposta di legge il Consiglio regionale ha modificato, per noi in peggio, la legge Marson, ritenuta tra le più avanzate nella programmazione territoriale urbanistica a livello nazionale. Un fatto grave che mina uno strumento eccellente, seppur perfezionabile, attraverso la demolizione dei principi che l’hanno resa così efficace e funzionale. Molti aspetti, prima supervisionati direttamente dalla Regione ci ha spiegato la Consigliera Galletti, vengono estremamente semplificati, con inserimenti impropri di procedure autorizzative di tipo ‘silenzio assenso’ o attraverso la compressione delle competenze regionali, trasformando certi interventi quasi in un rapporto esclusivo tra il Comune e il soggetto privato, aprendo a iniziative che aumentano il carico urbanistico e spingendo verso un eccesso di consumo di suolo. Inoltre diventando il Comune titolare univoco apre la strada alle possibili prassi clientelari.

Tutto questo con il pretesto di rendere gli interventi economicamente meno onerosi e burocraticamente più agili.

Crediamo che la proposta di variazione della Legge Marson sia un atto grave e che il Partito Democratico, presunta locomotiva del cosiddetto centro-sinistra, dovrebbe intervenire per invitare il Presidente Giani a rivedere tali scelte.

25 novembre

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne,  istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per invitare governi, organizzazioni internazionali e ONG a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema.

Oggi 25 novembre 2021, a 22 anni dall’istituzione, in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa.

Tra il 1° gennaio e il 7 novembre in Italia sono stati registrati 103 femminicidi, di cui 87 commessi in ambito familiare/affettivo, 60 compiuti dal partner o ex-partner. Rispetto allo stesso periodo del 2020, le donne uccise sono aumentate da 97 a 103 (+6%). Anche i femminicidi commessi in ambito familiare/affettivo mostrano una crescita (+2%), passando da 83 nel 2020, a 87 (+5%) quest’anno.(1)

Le donne vittime di violenza che denunciano sono poche, supportate dai centri antiviolenza, scelgono il percorso giudiziario solo un 27%. Tale percentuale potrebbe esser imputabile anche alla “vittimizzazione secondaria nelle aule dei tribunali da una parte, e al percorso obbligato di uscita dalla violenza adottato dai centri”.(2)

Oggi 25 novembre, non possiamo dimenticare le donne torturate ed uccise nei paesi del mondo, impegnate nella difesa dei diritti e della salvaguardia della vita delle loro amiche, sorelle, madri e compagne. Non dimentichiamo le donne Trans che la stampa continua a definire con termini maschili, senza rispetto per la loro scelta di genere e per la loro vita.

Nei quasi due anni di pandemia, la cura dei figli e dei familiari fragili si è riversata principalmente sulle spalle delle donne con la chiusura delle scuole e la carenza di assistenza sanitaria sui territori. E oggi qual è la partecipazione delle donne nella discussione pubblica e politica? Scarsa, quasi inesistente, sia per il coinvolgimento che per le iniziative politiche e legislative a sostegno.

Il piano triennale anti-violenza istituzionale è scaduto nel 2020 e non è stato ancora rinnovato. I CAV, centri antiviolenza, così come associazioni e movimento femminista devono essere coinvolti nella definizione delle strategie di contrasto alla violenza e nelle scelte di welfare.  Il reddito di libertà per le donne che fuoriescono dalla violenza riassume una politica fallimentare: 400 euro al mese per 12 mesi, non lasciano speranza di un percorso che le porti a una reale autonomia. È una misura inadeguata sia perché inaccessibile per esempio alle donne migranti irregolari in Italia, sia perché su oltre 20.000 donne accolte nei CAV, ne potrebbero beneficiare circa 600.(3)(4)

La lotta per debellare il patriarcato dominante nella vita sociale, politica, lavorativa e familiare è ancora lontano dall’ottenere risultati accettabili. L’opposizione all’autodeterminazione delle donne e l’interferenza delle religioni sulle loro scelte etiche e sul loro corpo non è accettabile da una società che si definisce civile.

Ringraziamo il movimento Non Una di Meno per l’impegno a non lasciare alcuna donna sola e indifesa contro patriarcato e imposizioni religiose ed etiche, ringraziamo CAV e associazioni che da anni si impegnano nella rappresentanza e nella difesa dei diritti delle donne. Siamo vicini alle donne Trans e condanniamo l’atteggiamento omofobico, che la politica ufficiale italiana ha confermato con il voto per affossare il DDL Zan.  Condanniamo con forza ogni atto politico degli Stati dentro e fuori dall’ Unione che contrasti libere scelte nella vita sociale e privata delle donne. Condanniamo l’interferenza delle religioni che impongono scelte alle donne, limitando la libertà dei loro corpi.

Come rete di donne e uomini che nel loro percorso personale e politico si sono impegnati nella richiesta di maggiori finanziamenti per percorsi e centri antiviolenza, per l’autonomia economica e la parità di salario nel mondo del lavoro, per i servizi di welfare necessari a sgravare dalle spalle delle donne la pesante responsabilità di cura, contro patriarcato imperante e interferenze religiose nell’etica personale, oggi, 25 novembre 2021, rinnoviamo e confermiamo responsabilità e partecipazione al percorso antiviolenza con tutte le implicazioni socio-economiche ed etiche e per una reale parità di genere.

Qui puoi leggere il comunicato stampa originale di RTiM.

Fonti:
(1) I dati sono contenuti nell’ultimo report sugli “Omicidi volontari” a cura del Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale.
(2) D.i.RE. Donne in rete contro la violenza.
(3) Dall’ Appello di lancio della manifestazione nazionale del movimento femminista e transfemminista Non Una di Meno.
(4) https://www.ilsole24ore.com/art/arriva-reddito-liberta-le-donne-vittime-violenza-ecco-requisiti-e-modalita-accesso-AEWL5jv

Battere la mistificazione sulla concorrenza nei servizi pubblici.

Tra gli ultimi decreti del Consiglio dei Ministri è spuntato anche quello sulla concorrenza e la liberalizzazione della gestione dei servizi pubblici.

In realtà è solo un’operazione per espropriare gli enti locali del loro potere di gestire al proprio interno o con società consortili i servizi essenziali per le comunità e per trasferire tali gestioni al capitale finanziario.

Se questo disegno andasse avanti si avrebbe un pericoloso ribaltamento rispetto alla volontà popolare espressa nel referendum del 2011, che si pronunciò decisamente per la gestione pubblica di tali servizi.

Come si sa le società per azioni hanno lo scopo fondamentale di produrre utili per i propri azionisti, e questo è in netto contrasto con le finalità proprie dei servizi pubblici, che sono quelle di fornire prestazioni ai cittadini con la migliore efficienza ed ai costi più bassi possibili.

La motivazione che si adduce è che solo mettendo a gara la gestione dei sevizi (acqua, trasporti, energia, rifiuti, telecomunicazioni, ecc.) si otterrebbero i benefici della concorrenza per contenere i costi agli utenti, come se oggi la concorrenza in questi settori non ci fosse.

E’ proprio questa la mistificazione (alterare la realtà dei fatti in modo da suscitare un’interpretazione distorta – vocabolario Treccani). La concorrenza in questi servizi c’è, eccome! Le forniture alle aziende di gestione non avvengono forse attraverso gare, appalti e affidamenti esterni? Autobus, materiali di ricambio e combustibili come vengono reperiti dalle aziende di trasporto? Tubi, contatori e lavori impegnativi come vengono acquisiti dalle aziende dell’acqua e del gas? Mezzi per la raccolta e impianti di trattamento come vengono reperiti dalle aziende che gestiscono i rifuti urbani? Cavi e canalizzazioni come vengono realizzatii dalle aziende di telecomunicazioni? Quasi tutto ciò avviene attraverso gare pubbliche quando i gestori sono consorzi o società comunali. E questi sono solo esempi sommari e grossolani; ce ne sarebbero molti altri da fare.

La verità è che sostitituendo società di capitali a consorzi ed a gestioni in hause dei servizi si otterrebbe l’estromissione degli enti locali da settori fondamentali per il buon funzionamento delle comunità, si supererebbero tutti i vincoli delle gare ad evidenza pubblica per la fornitura di beni, lavori e servizi (così da poter scegliere a piacimento le aziende a cui rivolgersi, con tanti saluti alla concorrenza) e verrebbero eliminati tutti i vincoli delle procedure pubbliche per la selezione e l’assunzione del personale (così da poter premiare la fedeltà a chi comanda anzichè le competenze e le vere professionalità).

Con questo progetto, dicendo di voler favorire la concorrenza, si eliminerebbe ogni procedura che può garantire una competitività vera tra le centinaia di aziende che forniscono materiali, attrezzature, lavori e prestazioni al settore dei servizi pubblici.

Non solo, ma la concentrazione della gestione in grandi aziende e lo svolgimento di procedure per le forniture per grandi quantitativi taglierebbe fuori dalle gare il tessuto delle piccole ne medie imprese favorendo il costituirsi di situazioni di monopolio che sono la negazione stessa del principio della concorrenza. Sul momento qualcuno si illuderà di aver strappato prezzi più convenienti su qualche prodotto, ma alla fine i grossi fornitori si alleeranno fra di sè ed i prezzi che praticheranno saranno tali da garantire solo il proprio profitto.

Il guaio è che il capitale finanziario ha annusato nel settore dei servizi pubblici la possibilità di poter realizzare al meglio i propri interessi e sta piegando a questa volontà una politica supina, accondiscendente e sostanzialmente disinformata.

E’ un disegno che va battuto. Non ci dicano che lo vuole l’Europa, perchè non si sono mai stati atti formali che abbiano stabilito di andare in questa direzione. Basta informarsi su ciò che succede negli altri paesi per capire che ancora una volta vorremo fare i primi della classe su un tema che non è assolutamente chiaro.

Non ci dice nulla il fatto che la Gran Bretagna sta tornando indietro dalla privatizzazione delle ferrovie? Che Berlino e Parigi difendono o sono tornati alla gestione pubblica dell’acqua?

Su questi temi si deve aprire un vero confronto pubblico prima che siano assunte decisioni irreversibili.

Monte dei Paschi rimanga pubblico

Dietro la foglia di fico delle direttive europee il governo insiste per la privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena. Ma in Italia c’è bisogno di un Istituto di credito pubblico che sia radicato sul territorio, che aiuti le famiglie e le piccole e medie imprese, che favorisca l’imprenditoria giovanile e innovativa, che sostenga la trasformazione ecologica dell’economia. La trasformazione degli istituti di credito di dirtitto pubblico in Spa ha dimostrato che l’unico obiettivo era puramente ideologico, quello di consegnare tutto il mercato del credito ai privati. Per la collettività con c’è stato nessun beneficio. Eppure tante volte il Monte dei Paschi aveva aiutato lo Stato rilevando banche in crisi, in tante parti del paese.
Oggi la soluzione è solo quella di sospendere il processo di privatizzazione, ripristinare un rapporto sostanziale con il territorio e togliere la banca da un sistema in cui conta solo produrre profitti per il capitale finanziario.
Del resto in parecchi paesi europei banche pubbliche convivono con il sistema delle banche private e costituiscono una sistema importante di sostegno alle politiche dello stato e delle regioni. Non si capisce perchè in Italia ciò non sia possibile.
Certo che la politica neoliberista ha fatto danni incalcolabili al Monte dei Paschi, alla Toscana e a Siena. La mania di grandezza, l’impreparazione e la sudditanza ai poteri romani di una classe di amministratori improvvidamente messi a dirigere una struttura tanto più grande delle loro capacità ha fatto sì che venissero messe in atto scelte avventuristiche di acquisto a prezzi esorbitanti di banche decotte e politiche di erogazione del credito a favore di imprenditori ammanigliati con la politica che nulla avevano a che vedere con l’imprenditoria sana.
Tutto questi si è tradotto con la perdita di decine di miliardi di euro da parte della comunità senese e toscana e da parte dello stato.
Ma la medicina non sta nello spingere più avanti il processo di privatizzazione, magari con la consegna al capitale straniero della banca più antica del mondo. Mario Draghi telefoni alla Von der Layern e gli dica che il Monte dei Paschi deve rimanere pubblico. Dall’alto della sua autorevolezza non avrà difficoltà a convincerla. Del resto molte banche in Germania sono controllate dalle Regioni e nessuno ne chiede la privatizzazione.
E poi si ricomincino a nominare amministratori seri, di concerto tra stato e sistema dei poteri locali della Toscana, facendo uno sforzo per tornare alle origini: ad una banca prudente, attenta a far tornare i conti, capace di aiutare davvero l’economia del territori e se possibile a distribuire di nuovo utili per le finalità per le quali nacquero le Fondazioni bancarie, di cui quella del MPS potrebbe tornare ad avere un ruolo anche all’interno della banca.

Publiacqua: vinto il ricorso del Circolo ARCI Castelfranco

Comunicato stampa di
Forum Toscano dei Movimenti per l’Acqua
Circolo ARCI “Andrea Perini” Castelfranco di Sopra


IMPORTANTE  SENTENZA  PER  GLI  UTENTI  DEL SERVIZIO IDRICO
IL GIUDICE DI PACE DI AREZZO Dr.ssa Sabrina Braccini
RICONOSCE  NON DOVUTE
LE  SOMME  RICHIESTE ED INCASSATE DA PUBLIACQUA
PER LA DEPURAZIONE

Il Giudice di Pace di Arezzo, Dott.ssa Sabrina Braccini, con sentenza n. 386 / 2021, ha accolto il ricorso presentato da un utente del servizio idrico, riconoscendo la non debenza degli importi richiesti da Publiacqua s.p.a. a titolo di quota di tariffa per la depurazione, in base alla legge n.13 del 2009, e comunque a titolo di depurazione, con il conseguente diritto dell’utente al rimborso degli importi indebitamente corrisposti, relativi a periodi precedenti.

Qui puoi leggere la sentenza (apre in una nuova scheda)

La causa ha preso il via dal ricorso presentato dall’A.R.C.I. – Circolo Ricreativo “Andrea Perini”, di Castelfranco Pian di Scò (AR), in persona del Presidente e Legale Rappresentante Giovanni Spaghetti, assistito dall’avv. Sandro Ponziani, del Foro di Città di Castello (PG), al quale, pur non essendo servito da nessun impianto di depurazione, era stata addebitata la quota di tariffa relativa alla depurazione ( non dovuta in base alla sentenza della Corte Costituzionale n. 335/2008,  che ha dichiarato la illegittimità di tale balzello, in mancanza del relativo servizio).

Tale quota era stata richiesta da Publiacqua al Circolo A.R.C.I.,  ed anche a molti altri utenti, non serviti da depurazione, anche retroattivamente (con riferimento al periodo decorrente dal 2010  in poi), asserendo che pur non essendo presente il servizio di depurazione, erano comunque stati avviati i progetti per i lavori relativi all’adeguamento del depuratore, e che pertanto la relativa quota doveva ritenersi dovuta.

Nei confronti delle pretese di Publiacqua, il Circolo A.R.C.I. ha sostenuto invece che il richiamo alla legge n.13/2009 era infondato, in quanto non erano stati rispettati i tempi programmati per i lavori, ed in quanto Publiacqua era venuta meno ai doveri di informazione nei confronti degli utenti, imposti dalla stessa legge e dal Decreto del Ministero dell’Ambiente del 30.09.2009.

Publiacqua dal canto suo, chiedeva altresì che il Giudice condannasse l’utente a pagare quelle quote di tariffa per la depurazione, che ancora non erano state corrisposte, in quanto autoridotte per protesta dal Circolo A.R.C.I.; poco prima dell’inizio del procedimento, aveva anche provveduto a sospendere il servizio idrico al Circolo, per il mancato pagamento di tali quote, che poi il Giudicante ha ritenuto effettivamente non dovute.  

Il Giudice di Pace di Arezzo, in persona della Dott.ssa Sabrina Braccini, ha però accolto quanto sostenuto dall’Avv. Ponziani, con particolare riguardo al mancato rispetto della tempistica prevista per la progressione dei lavori, e alla mancata, anzi distorta,  informazione fornita all’utente, al quale fino alla fine del  2015 era stato comunicato che non era in essere “alcuna attività di progettazione, realizzazione o completamento di impianti di depurazione”, salvo poi richiedere la relativa tariffa retroattivamente per i cinque anni precedenti.

Conseguentemente, il Giudice ha affermato che “ non ricorrono i presupposti di legge per la sussistenza del credito e, pertanto, va dichiarata l’insussistenza dell’obbligo dell’attore (A.R.C.I.), al pagamento in favore della Convenuta  ( Publiacqua s.p.a.), di tutte le somme liquidate a titolo di tariffa o onere di depurazione , di cui alle fatture. Segue il diritto dell’attore a vedersi rimborsate le somme che risultano corrisposte a tali titoli, per l’ammontare complessivo di euro 504,61, oltre IVA 10%, e così per la somma complessiva di euro 555,07”.

Per l’effetto, il Giudice ha dichiarato inesistente l’obbligo dell’A.R.C.I. al pagamento in favore di Publiacqua delle somme richieste “a titolo di tariffa ex Legge n.13/2009, depurazione e quota consumo depurazione”,  e ha condannato Publiacqua alla restituzione in favore dell’A.R.C.I. della somma già corrisposta di euro 555,07, ed inoltre al pagamento delle spese di giudizio.

La sentenza assume pertanto una particolare importanza, per tutti gli utenti non serviti da impianti di depurazione funzionanti ( che si calcola siano diverse migliaia), o per i quali sono state fatte pagare somme a titolo di depurazione pur non ricorrendone i presupposti di legge, i quali potranno far valere nei confronti del gestore il diritto al rimborso delle somme indebitamente corrisposte, o alla non corresponsione delle somme ancora non pagate richieste a tale titolo.

Bolsonaro non è il benvenuto

Pistoia 2 novembre 2021

“L’esercito brasiliano è stata la prima vera forza di liberazione, venuta in Italia per liberare, non per conquistare. I soldati brasiliani l’hanno dimostrato con il loro comportamento, dando un aiuto vero alle popolazioni italiane, donando loro cibo e conforto, senza risparmiarsi”.

Queste le parole di Mario Pereira, figlio di Miguel Pereira sottotenente della Força Expedicionária Brasileira (FEB), in occasione di una commemorazione avvenuta nel 2005 presso il monumento votivo militare brasiliano che si trova a Pistoia.

Quel monumento, oltre a ricordare il sacrificio dei militari della FEB, rappresenta dunque l’essenza stessa dei valori che condividiamo, l’antifascismo in primis.

Jair Bolsonaro ne è l’antitesi. Nonostante sia il presidente del Brasile riteniamo che sia indegno di rappresentarlo, le sue parole, le sue azioni, la sua storia sono l’opposto di quello che rappresenta il monumento di San Rocco, sorto dove vi era il cimitero dei brasiliani caduti durante la guerra di liberazione dal nazifascismo e dove è anche tumulato un milite ignoto.

Bolsonaro non è il benvenuto a Pistoia, ci associamo alle tante voci di protesta e sdegno che si sono levate in tal senso, e chiediamo che anche le istituzioni facciano lo stesso.

Rete Toscana in Movimento

Proposta di delibera comunale sui “beni comuni”

Questa iniziativa può essere proposta in molte situazioni dove ci sono “beni comuni” in abbandono o comunque che rischiano di essere svenduti o privatizzati. L’istituzione di un Laboratorio di democrazia partecipativa per la gestione dei beni comuni e di un suo regolamento sono atti politici che possono coinvolgere facilmente le persone nei territori.

Qui c’è l’esempio della proposta presentata al Comune di Pistoia.

Scarica il documento

Nell’area dei commenti qui sotto discutiamo di queste proposte e di queste esperienze

” NON TUTTO IL MALE VIENE PER NUOCERE “

Vorrei ragionare con questo concetto collegandolo alle vicende politiche degli ultimi otto mesi che abbiamo chi solo  vissuto, chi subito, chi gioito, chi se ne fregato, chi ha semplicemente continuato a fare affari.

Se in questo paese ci fosse una democrazia matura, e per essere tale dovrebbe essere un po’ tanto diversa, ovvero una condivisione della Costituzione, rispetto della Resistenza, quale generatore della Costituzione.  Partiti, movimenti e altre aggregazioni che dovrebbero concorrere con diverse maggioranze possibili, in un parlamento proporzionalmente rappresentativo delle diverse categorie sociali, economiche, culturali, all’attuazione della Costituzione.

Così non è stato nel dopo 1948 per ragioni geopolitiche, in contrapposizione negli ultimi 30 anni con nuove forze politiche.  Non c’è stata nessuna maturazione democratica, anzi,  si è accentuata e continua ad esserci la ricerca di una rivincita ideologica, fascistoide, nazionalista, populista che ci ha portato a respingere il tentativo di modificare in senso regressista la Costituzione per ben due volte. Ed è un cavallo di battaglia del CDX la repubblica presidenziale. Il contrario di quanto sperato dai costituenti, quello di avere un’articolazione democratica anche nei rapporti parlamentari, con la ricerca delle migliori soluzioni politiche dei problemi, partendo, sempre, dagli interessi generali come da Costituzione.

E partendo da questi presupposti che dobbiamo valutare il quadro politico di oggi. All’indomani delle scelte operate dalla componente di Italia Viva, facente parte della maggioranza giallo/rosa, con la conseguente caduta del governo Conte II, la scelta del Presidente della Repubblica si è indirizzata verso un governo con dentro tutti, detto dei migliori, anziché affrontare una battaglia elettorale impossibile e non opportuna per il perdurare della pandemia, per poter concretizzare le risorse del recovery fund portate a casa dal governo giallo/rosa, e nell’imminenza del semestre bianco e la mancanza de regole definitive dopo la riduzione dei parlamentari.

Questa scelta, concretizzatasi con l’incarico al Dott. Draghi, ha raccolto la partecipazione di tutte le forze politiche ad esclusione di Fratelli d’Italia, e tutti con valutazioni, finalità e interessi diversi e contrapposti.

Affrontare la pandemia perdurante nel medio/lungo periodo, con tutte le sue conseguenze sul piano sanitario, economico e sociale, l’azione del governo ha dimostrato e continua a dimostrare, tutte le sue criticità derivanti da una difficile ricerca di soluzioni minimamente condivise, evitando artificiose e demagogiche contrapposizioni. Lo stesso problema si è posto e si porrà ancora per l’attuazione del programma PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) che avrà una durata di almeno sei anni, con diverse riforme da affrontare, fra le quali la riforma fiscale. Coinvolgere, vincolare, tutte le forze politiche ad un progetto in continuità è oggettivamente fondamentale per il bene del paese.  Da un punto di vista istituzionale, che i vari gruppi parlamentari, siano costretti a confrontarsi ed assumere reciproche responsabilità, non può ritenersi di per sé negativo. Sicuramente una mediazione non ottimale, ma con la responsabilità di tutti.

Questa fase politica non è soddisfacente rispetto alle aspettative della parte più avanzata della nostra società?  Poteva essere meglio con la continuità del governo giallo/rosa? Sulla concretezza delle scelte sicuramente sì, ma solo teoricamente.

La continuazione di un governo Conte II o III, con un partner come Italia Viva, ovvero quel galantuomo di Renzi, sarebbe stato una spina continua nel fianco, e sarebbe stata una scelta da lui ritenuta più vantaggiosa per i suoi obbiettivi, non certo per il bene del paese.

Sul piano politico sarebbe stata una situazione peggiore di quanto lo sia l’attuale. Un governo con grosse difficoltà interne, un’opposizione di tutto il centro destra facilitato nella loro azione di denigrazione e di sciacallaggio, prefigurando prospettive di breve periodo nefaste con le possibili elezioni del dopo Mattarella.

Il governo Draghi e non certo dei migliori, ma non ha di fatto facilitato le aspettative di Renzi, che sembra sempre più sbiadito,  anche con le vicende interne al M5S. La Lega in una doppia posizione, di governo e di opposizione, sembra in difficoltà non potendo tirare la corda più di tanto. Lo stesso dicasi di Forza Italia con le posizioni differenziate rispetto alla Lega. La stessa Meloni non incide e non galvanizza più di tanto. Le loro diverse posizioni, le diverse collocazioni, possono ancora rendere credibile un centro destra unito agli occhi del loro corpaccione elettorale pieno di regressività morale, istituzionale, economica e sociale?  

Il confronto serrato fra M5S e PD, non produrrà nessun cambiamento negli orientamenti elettorali e comportamentali  dei cittadini ed elettori?  

Questa sintetica analisi socio/politica, a mio avviso, induce ad assumere, da parte di Rete Toscana in Movimento, senza nessuna presunzione di incidere nazionalmente,  una posizione pragmatica, non ideologizzata, aperta ai cambiamenti culturali, sociali e politici che ci attraverseranno anche nel breve periodo. I cambiamenti che deriveranno da una trasformazione economica imposta dai cambiamenti climatici, i comportamenti individuali conseguenti nella parte più giovane della società, aprono nuovi spazi per affrontare i problemi del lavoro, della scienza, del sociale, del futuro non in modo individuale, ma con un rafforzamento del ruolo della società come comunità. Temi che fanno parte degli obbiettivi della rete. “Nessuno si salva da solo”  p.francesco.                         #benicomuni            #climatizziamoci    #cambiaresipuo    

m.p. 18/8/2021                 www.retetoscanainmovimento.it          retetoscanainmovimento@gmail.com